Vuoti Reali

   
  
 
  
    
  
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    Una delle citazioni più celebri di Pirandello è: “La pazzia è una forma di normalità”, in quanto tutti in un modo o nell’altro siamo folli, chi più e chi meno. Ogni individuo nella società porta una maschera che lo obbliga a recitare sempre la stessa parte imposta dall’esterno sulla base delle convenzioni sociali. L’unico modo per evitare l’isolamento è il mantenimento della maschera. Siamo continuamente spinti ad essere normali, in quanto la normalità, secondo il modello proposto da questo contesto sociale, è un modello a cui è “giusto conformarsi”.  Questa mostra fotografica ritrae chi ha svestito la propria maschera e vive in un equilibrio di vuoto e realtà.  I vuoti delle menti, avvolte da corpi addormentati, dentro i quali si nascondono pensieri con una percezione deviata.  I vuoti intesi come mancanze di quel qualcosa che faceva parte della ragione, e che venendo a mancare, ora trascende spazio e tempo, e fa crollare le fondamenta della logica.  I vuoti temporali che, nel tempo dilatato della giornata diventano espressione di sospensione della realtà. Un limbo sereno e armonico in cui nessuno si chiede che ora è.  È solo lo stare qui e adesso.  Reale invece è la dimensione concreta in cui queste persone vivono, nel microcosmo di una struttura privata, occupano uno spazio corporeo, reale appunto, in quanto materiale. Reale è la materia, il palpabile, il tangibile, i corpi, i muri, le cose, che hanno però astratta concretezza nelle menti di queste persone e di chi si affaccia con lo sguardo oltre le righe della normalità.  Un contesto familiare in cui vuoti e realtà diventano dicotomia di un organismo di cui la società “sana” non ha visione, o che dimentica perché non facente parte dell’ordinario.  “Non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato “pazzo” coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata capita dagli uomini." (A.Merini)        One of Pirandello’s most famous quotes says: “Madness is a form of normality”. Some more, some less but we are all fools in one way or another. Every individual in society wears a mask that forces each man and woman to play a part, one that is based on imposed social conventions. The only way to avoid isolation is to keep the mask on. It is a relentless push to be normal. Normality, as it is proposed by the current social context, is a model “we should conform with.”  This photographic exhibition depicts those who have dropped that mask and live in a balance between emptiness and reality.  The voids of the brains are wrapped in sleeping bodies in which thoughts with a deflected perception hide.  The gaps are a lack of something that was part of the reason. In its absence, it now transcends space and time, destroying the foundations of logic.  Temporal gaps that, in the dilated time frame that is a single day, become a suspension of reality. A serene and harmonious limbo in which no one asks what time it is.  It’s all just about being here and now.  By contrast, the tangible dimension in which they live is real. In the microcosm of a private structure, they occupy a bodily space, a real and material one as such. Real is the matter, all that is tangible, the bodies, the walls, and the things, which, however, are abstractly tangible in their minds, and in those who gaze beyond the lines of normality.  A familiar context in which voids and reality become the dichotomy of an organism the “healthy” society has no vision of, or which it forgets as it is not part of the ordinary.  “There is no madness without justification and every gesture that common and sober people consider “crazy” comes from the mystery of an unheard suffering that was not understood by men.” (A.Merini)

Una delle citazioni più celebri di Pirandello è: “La pazzia è una forma di normalità”, in quanto tutti in un modo o nell’altro siamo folli, chi più e chi meno. Ogni individuo nella società porta una maschera che lo obbliga a recitare sempre la stessa parte imposta dall’esterno sulla base delle convenzioni sociali. L’unico modo per evitare l’isolamento è il mantenimento della maschera. Siamo continuamente spinti ad essere normali, in quanto la normalità, secondo il modello proposto da questo contesto sociale, è un modello a cui è “giusto conformarsi”.

Questa mostra fotografica ritrae chi ha svestito la propria maschera e vive in un equilibrio di vuoto e realtà.

I vuoti delle menti, avvolte da corpi addormentati, dentro i quali si nascondono pensieri con una percezione deviata.

I vuoti intesi come mancanze di quel qualcosa che faceva parte della ragione, e che venendo a mancare, ora trascende spazio e tempo, e fa crollare le fondamenta della logica.

I vuoti temporali che, nel tempo dilatato della giornata diventano espressione di sospensione della realtà. Un limbo sereno e armonico in cui nessuno si chiede che ora è.

È solo lo stare qui e adesso.

Reale invece è la dimensione concreta in cui queste persone vivono, nel microcosmo di una struttura privata, occupano uno spazio corporeo, reale appunto, in quanto materiale. Reale è la materia, il palpabile, il tangibile, i corpi, i muri, le cose, che hanno però astratta concretezza nelle menti di queste persone e di chi si affaccia con lo sguardo oltre le righe della normalità.

Un contesto familiare in cui vuoti e realtà diventano dicotomia di un organismo di cui la società “sana” non ha visione, o che dimentica perché non facente parte dell’ordinario.

“Non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato “pazzo” coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata capita dagli uomini." (A.Merini)

 

 

One of Pirandello’s most famous quotes says: “Madness is a form of normality”. Some more, some less but we are all fools in one way or another. Every individual in society wears a mask that forces each man and woman to play a part, one that is based on imposed social conventions. The only way to avoid isolation is to keep the mask on. It is a relentless push to be normal. Normality, as it is proposed by the current social context, is a model “we should conform with.”

This photographic exhibition depicts those who have dropped that mask and live in a balance between emptiness and reality.

The voids of the brains are wrapped in sleeping bodies in which thoughts with a deflected perception hide.

The gaps are a lack of something that was part of the reason. In its absence, it now transcends space and time, destroying the foundations of logic.

Temporal gaps that, in the dilated time frame that is a single day, become a suspension of reality. A serene and harmonious limbo in which no one asks what time it is.

It’s all just about being here and now.

By contrast, the tangible dimension in which they live is real. In the microcosm of a private structure, they occupy a bodily space, a real and material one as such. Real is the matter, all that is tangible, the bodies, the walls, and the things, which, however, are abstractly tangible in their minds, and in those who gaze beyond the lines of normality.

A familiar context in which voids and reality become the dichotomy of an organism the “healthy” society has no vision of, or which it forgets as it is not part of the ordinary.

“There is no madness without justification and every gesture that common and sober people consider “crazy” comes from the mystery of an unheard suffering that was not understood by men.” (A.Merini)


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  La fotografia trasforma lo spazio reale inquadrato dall’obiettivo in uno spazio virtuale, uno spazio temporaneo in cui la bidimensionalità vince sulla quadrimensionalità, diventando espressione del visibile. Visibile inteso non come il frutto di una riproduzione o invenzione di forme, ma come il tentativo di rendere palesi forze che non lo sono.  Il dispositivo fotografico, registrando stigmaticamente un corpo, un’ombra, una porzione di luce, un riflesso, favorisce una prospettiva in grado di far percepire il reale come una porta aperta verso l’invisibile, inteso non come un’altra dimensione, ma come una cavità scavata nel visibile. Cavità percepibile come un prolungamento della realtà stessa, uno spazio che Duchamp qualificava come “cosa mentale”. Qui il reale viene riadattato all’interno di un’inquadratura che, riorganizzando le forme secondo una certa prospettiva, omogeneizza figure radicalmente eterogenee per formare una struttura indipendente, in cui si manifestano solo le forze di cui sono irrorate.  In questo scenario mentale il riflesso, corpo estraneo ed effetto collaterale della necessità di illuminare e preservare,  palesa la sua forza in un impatto tra tre elementi essenziali: la sorgente luminosa,  il vetro e la superficie fotosensibile (pellicola/sensore).  Il contributo cruciale della potenza immaginativa del soggetto creatore/rivelatore si manifesta in un atto fotografico che dipende essenzialmente da un sistema di relazioni spaziali, di coordinate che caratterizzano rigidamente ogni singola immagine, espressione e sintesi di tutte le variabili esistenti.  Agli occhi dell’osservatore il riflesso, “l’errore”, appare come addomesticato, armonizzato con gli altri elementi che compongono l’immagine in modo tale da poter essere inserito in un nuovo quadro logico ed estetico.  Questi scatti sono il frutto di un’indagine visiva presso il Museo di Storia Naturale, sezione di Zoologia “La Specola”, erede del più antico Museo Scientifico d’Europa.  Nel palazzo “Torrigiani” di via Romana a Firenze, luogo in cui ha sede la sezione, si possono trovare due collezioni distinte: quella zoologica, con esempi di animali conservati soprattutto tramite impagliatura, e quella anatomica, con antichissimi modelli in cera di incomparabile valore.  “Soltanto ciò che all’inizio è capace di dissimularsi può apparire. Le cose di cui cogliamo subito l’aspetto, quelle che somigliano, tranquillamente, non appaiono mai.” (Didi Huberman)        Photography turns real space, the one framed by the lens, in a virtual and temporary space. A place where bi-dimension prevails over quadri-dimension, making the very same real space a visible expression. Visible not as the result of a reproduction or invention of shapes, but as an attempt to make visible forces that normally are not.  The photographic device, by recording precisely a body, a shadow, a portion of light or a reflection, promotes a perspective capable of perceiving reality as an open door to the invisible, which is not deemed as another dimension, but as a perceptible cavity in the visible: an extension of reality itself, a space that Duchamp described as a “mental thing”. Here, the real is adapted within a frame that, by reorganizing the shapes according to a specific perspective, homogenizes radically heterogeneous shapes to form an independent structure, in which only the shapes that are pervaded by the forces emerge.  In this mental scenario, a reflex - a foreign body and a collateral effect of the need to enlighten and preserve - reveals its strength as three essential elements, the light source, the glass and the photosensitive (film/sensor) come together.  The crucial contribution of the creator/revelator’s power of imagination manifests itself in a photographic action, which essentially depends on a system of spatial relations consisting of strict coordinates that characterize each individual image: expression and synthesis of all existing variables.  In the eyes of the observer, the reflection - “the mistake” - appears to be tamed, harmonized with the other elements that make up the image so that it can be placed into a new logical and aesthetic framework.  These shots are the fruit of a visual investigation carried out at the Museo di Storia Naturale, “La Specola” Zoology Department: the heir of the oldest scientific Museum in Europe.  In the “Torrigiani” Palace, located in Florence’s via Romana (the home of the exhibition), two distinct collections are displayed: a zoological one, featuring animals preserved by stuffing, and an anatomical one, with ancient wax models of incomparable value.  “Only what is initially capable of hiding can appear. The things whose shape we see and recognize, can never appear as they are already visible.” (Didi Huberman)

La fotografia trasforma lo spazio reale inquadrato dall’obiettivo in uno spazio virtuale, uno spazio temporaneo in cui la bidimensionalità vince sulla quadrimensionalità, diventando espressione del visibile. Visibile inteso non come il frutto di una riproduzione o invenzione di forme, ma come il tentativo di rendere palesi forze che non lo sono.

Il dispositivo fotografico, registrando stigmaticamente un corpo, un’ombra, una porzione di luce, un riflesso, favorisce una prospettiva in grado di far percepire il reale come una porta aperta verso l’invisibile, inteso non come un’altra dimensione, ma come una cavità scavata nel visibile. Cavità percepibile come un prolungamento della realtà stessa, uno spazio che Duchamp qualificava come “cosa mentale”. Qui il reale viene riadattato all’interno di un’inquadratura che, riorganizzando le forme secondo una certa prospettiva, omogeneizza figure radicalmente eterogenee per formare una struttura indipendente, in cui si manifestano solo le forze di cui sono irrorate.

In questo scenario mentale il riflesso, corpo estraneo ed effetto collaterale della necessità di illuminare e preservare,  palesa la sua forza in un impatto tra tre elementi essenziali: la sorgente luminosa,  il vetro e la superficie fotosensibile (pellicola/sensore).

Il contributo cruciale della potenza immaginativa del soggetto creatore/rivelatore si manifesta in un atto fotografico che dipende essenzialmente da un sistema di relazioni spaziali, di coordinate che caratterizzano rigidamente ogni singola immagine, espressione e sintesi di tutte le variabili esistenti.

Agli occhi dell’osservatore il riflesso, “l’errore”, appare come addomesticato, armonizzato con gli altri elementi che compongono l’immagine in modo tale da poter essere inserito in un nuovo quadro logico ed estetico.

Questi scatti sono il frutto di un’indagine visiva presso il Museo di Storia Naturale, sezione di Zoologia “La Specola”, erede del più antico Museo Scientifico d’Europa.

Nel palazzo “Torrigiani” di via Romana a Firenze, luogo in cui ha sede la sezione, si possono trovare due collezioni distinte: quella zoologica, con esempi di animali conservati soprattutto tramite impagliatura, e quella anatomica, con antichissimi modelli in cera di incomparabile valore.

“Soltanto ciò che all’inizio è capace di dissimularsi può apparire. Le cose di cui cogliamo subito l’aspetto, quelle che somigliano, tranquillamente, non appaiono mai.” (Didi Huberman)

 

 

Photography turns real space, the one framed by the lens, in a virtual and temporary space. A place where bi-dimension prevails over quadri-dimension, making the very same real space a visible expression. Visible not as the result of a reproduction or invention of shapes, but as an attempt to make visible forces that normally are not.

The photographic device, by recording precisely a body, a shadow, a portion of light or a reflection, promotes a perspective capable of perceiving reality as an open door to the invisible, which is not deemed as another dimension, but as a perceptible cavity in the visible: an extension of reality itself, a space that Duchamp described as a “mental thing”. Here, the real is adapted within a frame that, by reorganizing the shapes according to a specific perspective, homogenizes radically heterogeneous shapes to form an independent structure, in which only the shapes that are pervaded by the forces emerge.

In this mental scenario, a reflex - a foreign body and a collateral effect of the need to enlighten and preserve - reveals its strength as three essential elements, the light source, the glass and the photosensitive (film/sensor) come together.

The crucial contribution of the creator/revelator’s power of imagination manifests itself in a photographic action, which essentially depends on a system of spatial relations consisting of strict coordinates that characterize each individual image: expression and synthesis of all existing variables.

In the eyes of the observer, the reflection - “the mistake” - appears to be tamed, harmonized with the other elements that make up the image so that it can be placed into a new logical and aesthetic framework.

These shots are the fruit of a visual investigation carried out at the Museo di Storia Naturale, “La Specola” Zoology Department: the heir of the oldest scientific Museum in Europe.

In the “Torrigiani” Palace, located in Florence’s via Romana (the home of the exhibition), two distinct collections are displayed: a zoological one, featuring animals preserved by stuffing, and an anatomical one, with ancient wax models of incomparable value.

“Only what is initially capable of hiding can appear. The things whose shape we see and recognize, can never appear as they are already visible.” (Didi Huberman)